La vera rivoluzione arrivò nel 1995 con la riforma Dini, che segnò il passaggio epocale al sistema contributivo per i nuovi lavoratori. Basato sul principio di equità attuariale “ricevi quanto hai versato”, questo nuovo metodo calcola la pensione in base ai contributi versati e alla speranza di vita, rendendo il sistema finanziariamente più sostenibile e spezzando il patto intergenerazionale implicito nel vecchio modello.
L’inizio del nuovo millennio ha visto ulteriori interventi per consolidare la sostenibilità del sistema. La riforma Maroni del 2004 ha incentivato la permanenza al lavoro con il “bonus Maroni” e ha promosso la previdenza complementare, preparandola a diventare un secondo pilastro fondamentale. Tuttavia, la crisi finanziaria del 2008 e quella del debito sovrano del 2011 hanno reso necessarie misure ancora più drastiche. La legge Sacconi del 2010 ha introdotto per la prima volta l’adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita e ha parificato l’età pensionabile di uomini e donne a 65 anni. Culminando in un periodo di forte instabilità economica, la riforma Fornero del 2011 ha esteso il sistema contributivo a tutti i lavoratori, ha innalzato l’età pensionabile e ha legato in modo permanente i requisiti di accesso alla pensione alla speranza di vita, eliminando la pensione di anzianità. Nonostante le critiche e la questione degli “esodati” generata dalla sua attuazione, questa riforma ha rappresentato l’intervento più significativo per garantire l’equilibrio e la sostenibilità a lungo termine del sistema previdenziale italiano.
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